mercoledì 12 marzo 2014

#vialadivisa: la petizione per fermare gli agenti dell'omicidio Aldrovandi

                                                                       

Via Ippodromo a Ferrara è diventata un luogo-simbolo: soprattutto per la famiglia Aldrovandi e la sua battaglia per la verità. In quella via il 25 settembre del 2005 Federico Aldrovandi è stato ucciso dalle percosse di quattro agenti di polizia.
In tutti questi anni ci son stati depistaggi, intimidazioni e persino l’accusa di diffamazione (insieme a due giornalisti) per la madre dello studente, Patrizia Moretti.
Luigi Manconi partiamo dall’inizio, cosa è successo a Ferrara? 
«...... per proteggersi hanno disinformato, omesso, mentito. E hanno subito una condanna per un omicidio che, nella sostanza e nella concretezza del fatto, di colposo non ha niente».
......In questi anni Lei ha rappresentato la voce dei familiari delle vittime degli "omicidi di Stato"..
«Ne rimasi così colpito che mi misi a disposizione per condurre insieme una battaglia culturale e politica. Questo mi ha avvicinato alle famiglie di Federico, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Dino Budroni, Michele Ferrulli e altri ancora e come presidente della associazione “a buon diritto” mi sono adoperato per far conoscere le loro storie, ho scritto libri e articoli, ho fatto decine di incontri.....E per gli agenti che pestarono a morte Aldrovandi? 
«Non hanno mai chiesto scusa, non si sono mai mostrati addolorati. Il drammatico paradosso è che ora potrebbero tornare, armati, a svolgere un servizio istituzionale delicato come quello della gestione dell’ordine pubblico.
Ciò è profondamente iniquo. Non chiedo il licenziamento né la “morte civile”, né l'espulsione dal consesso sociale. Chiedo solo un atto di elementare prudenza per evitare che possano ripetere l’orrore già compiuto. Dunque, non vanno mai utilizzati in attività di ordine pubblico e di sicurezza ma nemmeno devono svolgere servizi a contatto con i cittadini. Sono fiducioso che un intervento del capo della polizia, il prefetto Pansa, eviterà questa vergogna».

«Io spero che presto si arrivi all’introduzione di codici identificativi per le forze dell’ordine . Trovo puerile che lo si rifiuti perché potrebbe esporre i poliziotti alla rappresaglia. Non si tratta certo di scrivere nomi e cognomi sulle divise bensì di consentire alla Magistratura di identificare i responsabili di atti illegali. Poi c’è la questione del reato di tortura: il mio disegno di legge che lo definiva come reato “proprio”, imputabile ai pubblici ufficiali e a chi esercita pubbliche funzioni, non è stato accolto e ora il Senato discute di una versione “più leggera” che prevede la tortura come reato comune. Meglio di niente»





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