martedì 12 maggio 2015

Facchinetti e la fuga da Fresnes: «Così entrai in carcere al posto di mio fratello»

Emiliano Facchinetti racconta il giorno in cui si sostituì al fratello Pierluigi, rapinatore di spicco. Lo scambio nella stanza dei colloqui. «Fuga da Fresnes» sarà un libro sulla storia della «Banda dei bergamaschi»: il giallo dell’incarico per uccidere Berlusconi

di Armando Di Landro



Quando i detenuti uscivano dalle celle del carcere di Fresnes, in Francia, per andare in parlatorio, le guardie penitenziarie dovevano fare un timbro su una mano, da controllare poi al loro rientro: un metodo per evitare scambi di persona in carcere.

Ben presto, quella che sarà ribattezzata la «banda dei bergamaschi», o «della Val Cavallina», punta alle banche svizzere. Colpi milionari ed evasioni, come nel 1981, quando il bandito di Trescore scappa con l’anarchico svizzero Marco Camenish e altri complici dal carcere di Regensdorf (Zurigo): una guardia penitenziaria viene uccisa, un’altra gravemente ferita. È ricercato, la Svizzera lo vuole ad ogni costo, lui ripara in Francia, dove viene arrestato e resta in cella, a Fresnes, in attesa dell’estradizione a Zurigo. Ed è in quella primavera di trent’anni fa che il fratello Emiliano inventa l’impossibile
. È affezionatissimo a Pierluigi: «Ogni settimana partivo da Trescore e andavo a Fresnes a trovarlo, per portargli anche abiti puliti». E fa due calcoli: entrando in carcere al posto di Pierluigi rischia un’accusa per favoreggiamento in evasione, non più di tre mesi di detenzione. E allora studia i dettagli.

A partire da quel timbro delle guardie su una mano dei detenuti chiamati a colloquio. «Eravamo d’accordo — racconta Emiliano seduto di fronte a un caffè, al bar Marylin, che un tempo era il locale di famiglia, vicino al municipio di Trescore —. Pierluigi si fasciò una mano e un giorno, prima di un colloquio con me, la guardia gli fece il timbro sulla fasciatura. Lui mi spedì le bende e io, utilizzando una lampada uv, riuscii a riprodurre il timbro del carcere. Che utilizzai sulla mia mano...». Tutto pronto, il 30 maggio del 1985. «C’erano otto parlatori, uno in fila all’altro. Due guardie camminavano partendo da lati opposti dello stanzone — ricorda Emiliano —. Si incrociavano lungo il cammino. Io riuscii a distrarli tirando fuori un dizionario di francese, dicendo che non l’avevo lasciato all’ingresso tra i vestiti da portare dentro a mio fratello. L’alternanza tra le guardie si spezzò, tutte e due vennero vicino a noi, poi entrambe, ci voltarono le spalle».

C’è solo un vetro basso, da scavalcare, e in un lampo il fratello più giovane salta dalla parte del detenuto, e viceversa. «Un altro carcerato, che vide lo scambio, ci fece un segno di approvazione. E quando io entrai nessuno aveva capito che non ero mio fratello, nemmeno i compagni di cella. Ricordo che da tempo Pierluigi portava la barba, io invece no. Per confondere gli altri lui se la tagliò il giorno prima della fuga». Il super ricercato è libero, l’incensurato che invece ha progettato l’evasione (im)possibile è in cella. Ma poco tempo dopo, di fronte al giudice di Parigi che sta per estradare Facchinetti in Svizzera, il finto Pierluigi si trova costretto a parlare. «Non sono io». Il magistrato non capisce, ordina alle guardie di tornare a Fresnes e prendere l’uomo giusto. Emiliano alza la mano e si spiega come meglio può, svela lo scambio. «Vidi il giudice diventare rosso in faccia e mi misi a ridere. Una risata che mi costò l’accusa di oltraggio all’autorità giudiziaria. Mi spedirono nella cella di sicurezza del tribunale di Parigi, dove per due giorni presi parecchie botte. Alla fine restai in carcere fino al luglio del 1986».

«Fuga da Fresnes» sarà il titolo del suo libro. La pubblicazione (Milieu edizioni), è prevista per la fine del mese. Eloquente il sottotitolo, che mette in evidenza come l’evasione del 30 maggio 1985 sia stata solo una delle imprese criminali di Pierluigi Facchinetti e di chi lo sosteneva, per affetto o per complicità in affari. «Storia del bandito bergamasco che doveva uccidere Berlusconi». Una misteriosa organizzazione francese, aveva rapito Facchinetti in un appartamento di Perpignan, perché il gruppo non aveva tenuto fede a un impegno: uccidere quell’imprenditore rampante delle tv, che era arrivato anche Oltralpe, con «La Cinq». Ma c’era anche un presunto militare inglese, che si era messo in affari con i bergamaschi: spesso suggeriva loro di rapinare grosse somme di denaro, che lui stesso aveva messo in alcune cassette di sicurezza, chiedendo però di sottrarre documenti da altre cassette vicine. La «banda dei bergamaschi» si era fatta un nome. E Facchinetti, da bandito con agganci internazionali, aveva anche imparato a guidare l’elicottero. Un’ascesa continua, fino all’epilogo del 20 novembre 1987: una soffiata alla polizia mette la squadra mobile di Brescia sulle tracce dei banditi a Polaveno, sulla strada per la Valtrompia. Stanno andando ad acquistare armi. Finisce a colpi di mitra e pistola: l’amico e complice Mauro Nicoli, resta gravemente ferito, Pierluigi Facchinetti muore nell’abitacolo di una Lancia bianca, contro un muro. È la fine di una banda, la fine di un vero romanzo criminale bergamasco.

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