martedì 14 aprile 2015

Nicola d’Oresme: l’Auriti del '300

di Fabiuccio Maggiore x collana eXoterica

Nella vita, ogni uomo, può scegliere se vivere nell’inganno accomodandosi nelle menzogne sistemiche, oppure se vivere lottando per la verità dando senso al proprio esistere. Il mondo scientifico accademico, viaggia per papers e Nobel premiati dalla Banca di Svezia. Il mondo accademico-economico, per esperienza diretta e vissuta, è pessimo, vergognoso, omertoso e mafioso. Un pensiero unico imposto da un potere alto all’interno di una scienza inesatta (per definizione) dove muore la dialettica, mi rimanda alla canzone The wall dei Pink Floyd. Un mondo con una tesi senza una antitesi, non è più un luogo di sapere, di scambio e condivisione ma un centro di potere dove il dissidente viene zittito e osteggiato perché porta avanti interessi comuni che contrastano quelli privati della finanza, delle lobby, degli imperialisti e mondialisti neo-liberisti della mainstream. Fortunatamente, ci sono menti libere e pensanti che non si arrendono e continuano a lottare, denunciando tutti i corrotti, i collusi e i criminali travestiti da economisti.



Il Professore di diritto, Giacinto Auriti, osteggiato accademicamente, è stato un uomo che ha vissuto una vita intera lottando per la verità e per il bene comune. I suoi studi, riguardavano una questione profonda che interessava la moneta, un “mezzo di scambio” utilizzato da tutti, ma conosciuto da pochi, pochissimi individui e che riguardava la proprietà della stessa. Gli uomini, infatti, troppo attenti a rincorrere la moneta da non domandarsi del perché e cosa effettivamente fosse, hanno vissuto dentro un vero e proprio inganno monetario, convinti che quella moneta tenuta nelle tasche, all’interno di un caveau o sotto il materasso, fosse di loro proprietà per il semplice fatto di possederla. In realtà, sappiamo che non è così e per avvalorare quanto affermato dal professore Auriti, ritorniamo nel passato lontano riprendendo un altro grande uomo che nel 1360, nel “Tractatus de origine, natura, iure et mutacionibus monetarium” (Trattato sull’origine, la natura, il diritto e i cambiamenti della moneta), scriveva ciò che Auriti continua ad affermare oggi, grazie alla scuola auritiana, da poco costituita, in suo nome e che si apre ad una conoscenza multidisciplinare che nulla ha a che vedere con l’accademia, degli interessi e del potere. Nicola d’Oresme, Gran Maestro di una delle più prestigiose scuole di Parigi del Collegio di Navarra, in questo trattato scritto e dedicato al sovrano Delfino Carlo, pone due domande fondamentali, di stampo auritiano: “Di chi è la proprietà della moneta e nell’interesse di chi essa viene gestita?
La risposta d’Oresme, pare chiara, quanto logica: “Il sovrano non è il signore né il proprietario della moneta che ha corso nel suo principato. Poiché il denaro è uno strumento equilibratore per lo scambio della ricchezza naturale […] e dunque proprietà di coloro che possiedono tale ricchezza”. Perché Nicola d’Oresme si ritrovò a scrivere questo trattato? Perché queste domande? La risposta la si rintraccia nel signoraggio e nell’abuso di questo aggio sulla moneta, che portava il signore a tosare sempre più oro (o argento) e ad incrementare sempre più il differenziale del valore intrinseco ed estrinseco sulla moneta. Questa pratica, che inizialmente risultava di irrisori valori percentuali come forma di imposta e prelievo fiscale sulla moneta, era definita da Nicola d’Oresme “spregevole” ed “ingiusta” quando incominciò a trasformarsi da imposta ad espropriazione immorale di valore prodotto altrui. Trattenere l’oro, riducendo il peso ed alterando il valore non era, infatti, moralmente corretto. Occorre ricordare, inoltre, che il Medioevo era uno dei periodi più bui della storia, dove gli uomini, si ritrovavano da un lato a fronteggiare il godimento da signoraggio del re (che cresceva immoralmente), dall’altro lato, l’usura dei mercanti-banchieri, cambiavalute, prestatori su pegno che godevano della loro arte del contare, del cambio (nelle sue diverse forme) e del prestito allo scoperto (oggi chiamata “riserva frazionaria”). Il problema passato è il problema presente, ancor più aggravato perché:

1)Tutto ciò che circola oggi è una moneta-debito, cioè credito, prestato e da restituire con interessi onerosi a dei banchieri-usurai privati. La moneta sovrana statale si è, praticamente, estinta e la cessione della sovranità monetaria ultima, con l’entrata nell’euro, conferma la fine di una farsa.

2) Il signoraggio (o reddito monetario, per seguire una terminologia moderna) sopra una carta stampata con un costo risibile di pochi centesimi o sopra un impulso elettronico che rappresenta una relazione monetaria, un surrogato di denaro o per dirla in inglese “non money” è, praticamente, totalizzato. Signoraggio creditizio (secondario) e cartolare (terziario), hanno fatto dell’economia un grande mercato della finanza, fittizio, virtuale, inventato, basato sul nulla e sulle scommesse, modificando, così, la natura del denaro. Un signoraggio, oggi privatizzato, ha congiunto le due figure peggiori del mondo: “l’usuraio ed il falsario”. Seguendo il gergo monetario “a iosa a chiosa” (abbondante e fasulla), oggi la quasi totalità della massa monetaria è un surrogato (o derivato) di denaro, una falsa moneta.

Il punto 1, dimostra la perdita della proprietà del proprietario legittimo, ovvero della comunità che ne genera il valore tramite l’accettazione, lo scambio ed il lavoro. Lo capì Nicola d’Oresme nel 1360, ma noi titolati, evoluti, avanzati, siamo visibilmente più stupidi e manipolati da non capirlo, per ritornare alle mie premesse. Il punto 2, dimostra un arricchimento indebito e un inganno di carattere mostruoso, perpetrato nei secoli e aggravatosi con l’ignoranza, l’omertà e la corruzione delle istituzioni che avrebbero dovuto tutelare gli interessi di tutti Noi che eravamo e siamo i veri proprietari della moneta. Nicola d’Oresme, concluse il Trattato con un avvertimento a Delfino, lo stesso, che rimando in nome del Popolo, a Mario Draghi e a tutta la compagnia di truffatori e collusi con quella che si rivela essere, riprendendo il Professor Kenneth Gailbraith, la più grande “truffa monetaria”: “Quod tyrannus non potest diu durare” (“Il tiranno non può durare a lungo”)


Articolo di Fabiuccio Maggiore x collana eXoterica




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